Pubblicato da: Roberto Serra | 29 gennaio 2018

DI LISTE, CANDIDATI, SANGUE, MERDA E ALTRO ANCORA

Un famoso politico della sospettosamente liquidata prima repubblica, diceva che “la politica è sangue e merda”.
Io ho sempre pensato che la politica sia “anche”, ma non solo, sangue e merda.
Chi pensa sia solo tutto buoni ideali e buoni sentimenti, è un allocco (si vede da certe auto-presentazioni di candidati/e che fanno bonariamente sorridere).
Chi pensa sia solo quel che diceva il politico della prima repubblica, è un cinico che vuole avere le mani libere.
Il momento della composizione delle liste, è indubbio, è quello nel quale secchiate ematiche e secchiate di quella cosa là, abbondano più che mai. Non raccontiamocela.
È alquanto fisiologico (è proprio il caso dirlo..) che in questa occasione si moltiplichino tensioni, arrabbiature, fatiche, maledizioni, telefonate notturne al cardiopalmo. Tutte rigorosamente in casa propria, nel proprio partito o formazione, da buoni “fratelli coltelli”.
È il “profumo del potere”, bellezza. E il potere non è solo acchiappare una carica elettiva. Oggi più che mai il potere è anche visibilità personale, desiderio di presenza, poter assaggiare anche solo qualche briciola di una torta mangiata da altri (“Come è misera la vita ecc…cantava un famoso catanese).
Queste dinamiche riguardano tutti. Da sinistra sinistra a destra destra e centro centro.
Sì, hanno riguardato in qualche modo anche #LEU. Ad esempio nell’uso disinvolto che molti candidati hanno fatto delle storture “paracadutiste” del tanto criticato Rosatellum, oppure nell’uso dei territori come camere di sicurezza per chi si è deciso, a prescindere, che deve passare. E, lo dico a malincuore, a prescindere dai territori stessi e dalle loro specificità.
Però…ci sono dei però…
LEU è nato ora, praticamente alla vigilia del voto nazionale. Che la tempistica sia casuale o meno, me ne fotto. Così come trovo patetici quelli che intendono ridurre LEU ad una mera operazione elettorale senza capire (atteggiamento che ha i suoi inevitabili costi psicologici, ma tant’è) cosa è davvero accaduto nel centrosinistra italiano negli ultimi non due mesi, ma due o tre anni. LEU potrà esistere o meno dopo il 4 marzo. Non è questo il punto. Ma rimarrà il fatto che una consistente parte dell’elettorato progressista e di sinistra non vorrà più votare un PD modellato al tornio da Renzi e qualche altro/a.
Ma il PD…il PD appunto…partito storicamente ancora giovane, ma giunto “apparecchiato” all’appuntamento elettorale del marzo prossimo.
La composizione delle liste certifica la morte di tanti dei valori per i quali quel partito è nato: prendiamo la meritocrazia, ad esempio. Che meriti hanno MEB, Rosato, Orfini se non quello della fedeltà al capo? L’una ha sbagliato tutto, ed è stata promossa a Sottosegretario. Si è mostrata essere un ministro disinvoltamente superficiale e poco trasparente. L’altro è padre di una legge elettorale truffaldina che si sta ritorcendo proprio contro il PD (anche se il sospetto che la legge elettorale così congegnata sia stata fatta per altri scopi, è molto forte). L’altro ancora porta la medaglia al valore per aver spianato la strada della vittoria dei M5S al comune di Roma.
Ho fatto tre nomi illustri. Ma l’astensione al voto finale sulle liste da parte della minoranza interna l’altra notte e il rifiuto di Cuperlo di candidarsi, ci dicono che la meritocrazia è stata applicata a coloro che, meritatamente, non hanno troppo disturbato il conducente.
Prendiamo il pluralismo interno: queste liste certificano la cancellazione della sinistra interna al partito e del suo potere di incisività. Al Parlamento nazionale andrà un schiera di fedelissimi che dovranno anteporre (o comunque cercare di conciliare) il sentimento di gratitudine per trovarsi dove sono all’interesse del Paese. Molti elettori PD dovranno (se vorranno) votare candidati ex DC (anzi, di una certa DC) o ex forzisti. Cuperlo ha rifiutato di candidarsi. Insomma, auguri. Sono felice di non trovarmi nei panni di questi elettori.
E ancora, la famosa rottamazione ormai archiviata con candidati che, tra Parlamento nazionale ed europeo, fanno il mestiere di “rappresentanti del popolo” da ormai tre o quattro lustri.
Lo si vede bene anche nelle liste per l’estero con candidature a ripetizione che durano dal 2006 o 2008 e auto-perpetuantesi dei soliti e delle solite; con il ripescaggio di candidati di un’altra generazione non voluti nella tornata elettorale precedente. Perché, quel che conta anche nel 2018, è mandare avanti i fedelissimi alla linea ma, soprattutto, coloro che per potere personale e reti di conoscenza potranno essere eletti. Il mondo dell’emigrazione starà anche cambiando. Ma è ancora molto quello per il quale la legge elettorale per l’estero (decisamente brutta e da ripensare da cima a fondo) è stata pensata.
Augurando sincera fortuna ad alcuni miei giovani amici candidati PD, dico che, con altissima probabilità, a Montecitorio e a Palazzo Madama andranno anche stavolta i “figli dei Patronati” che sono anche “figli” di Svizzera e, forse, Germania. Dico forse vista la irrituale poca importanza data a questo territorio nella composizione della lista alla Camera. E cioè le reti che davvero spostano e determinano il consenso dei connazionali dell’estero (di quelli che vanno a votare), lasciando illudere che questo venga invece determinato dai circoli PD, ormai smunti e dimagriti nei loro livelli di partecipazione.
Io non ho nulla contro i Patronati. Se qualcuno volesse chiudere quelli che abbiamo in Lussemburgo, mi incatenerei alle loro porte, perché ne riconosco importanza e valore. Tanto più ora con una emigrazione – dal nostro paese – che ha ripreso a muoversi. Ma la verità va detta. E sul “teatro della competizione elettorale all’estero” il gioco forte lo fanno loro. Il resto, con tutto rispetto, è ancillare.
Ci vogliono (anche) soldi, molti soldi per fare una adeguata campagna elettorale nella Circoscrizione Estero e in un collegio, parlo dell’Europa, che va da Lisbona a Vladivostock. Quei soldi, lo capisce chiunque, non possono venire dai già affamati circoli o circoletti PD sparsi in Europa o nel mondo. E le donazioni di singoli, lo sanno tutti, non bastano.
Ero candidato nel 2013. So di cosa parlo.
È questo il nuovo che porta in dote il PD? Cosa è cambiato? Cosa è davvero cambiato? Cosa?
Gattopardescamente, nulla.
Insomma, io voto LEU.
Buone cose

Sandweiler, (L), 29.01.18

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http://www.huffingtonpost.it/2017/12/22/questo-pd-non-e-piu-casa-nostra-i-dirigenti-dei-circoli-dem-in-europa-scrivono-a-renzi_a_23314957/?utm_hp_ref=it-homepage

Pubblicato da: Roberto Serra | 28 giugno 2016

La retorica sui giovani (per invecchiarli prima del tempo)

Tra pochissimi mesi, entro l’anno, compirò 53 anni.
Sono vecchio? Sono giovane? Nemmeno io so rispondere a questa domanda. Mi verrebbe da rispondere che – a questa età – dipende dagli stati d’animo e dalle situazioni: in certi momenti mi sento non vecchio, ma vecchissimo. Quasi in colpa quando voglio dire la mia agli altri e ai sempre più numerosi “più giovani di me” che mi circondano. In altri momenti mi sento non giovane, ma giovanissimo. E, come dice Guccini in una delle sue canzoni, “sempre pronto a masticare il mondo”. E a dare – benevolmente e metaforicamente – qualche sculaccione a giovani troppo supponenti e sbuffanti certezze.

E già questa piccola premessa dovrebbe farci assumere un punto di vista diverso, e più articolato, verso i giovani e il mondo giovanile.

Oggi, nel linguaggio della politica e nella inevitabile dose di retorica di cui essa è portatrice (faccio politica da anni: ne so qualcosa), il nuovo “totem” da adorare sono i giovani. Tutti vogliono farsi interpreti dei giovani. Un programma politico acquista credibilità (?) solo se dedica un passaggio ai giovani. Giovani, meno giovani e vecchi mostrano di avere a cuore i giovani.

A me, tutto questo suona come terribilmente falso e manipolatorio.
Falso perché spesso, proprio da quelle bocche che tanto pronunciano la parola “giovani”, vengono anche espressi concetti, idee e programmi che invece hanno mortificato i giovani.

Il Jobs Act in Italia e la Loi du Travail in Francia, così come tutte le misure volte a picconare la ricchezza pensionistica sono veramente e pienamente misure per i giovani ? Ripeto i due avverbi “veramente” e “pienamente”? Ne siamo sicuri? Il grande senso di precarizzazione (personale, collettiva, sociale), di cui la politica è responsabile in primis e riverniciato anche da una parte della sinistra come “opportunità”, è qualcosa che serve ai giovani?
La realtà è che da un lato si fa la retorica del giovane con misure da pannicelli caldi e spesso maleodoranti di demagogia (il Bonus di 500 euro dato a tutti i 18enni, il voto per gli studenti Erasmus all’estero e adesso Renzi che vuole dare la cittadinanza italiana agli studenti inglesi…no comment), mentre dall’altro, tra precarizzazione del lavoro e misure tese a contenere la spesa pensionistica, si sta allevando una generazione intera di giovani che saranno poveri. Poveri nel senso letterale del termine. Poveri.
Ma, dicevo, c’è anche della manipolazione. I giovani sono persone come tutti gli altri. Tra di loro c’è di tutto. Come è sempre stato. Quelli impegnati e generosi assieme ai menefreghisti e qualunquisti (vedasi il voto Brexit dove una cospicua parte dei giovani non si è recata nemmeno al voto).
Inoltre, specialmente nella nostra cara Europa, i giovani sono in minoranza. Il che significa, in altre parole, che non possono essere considerati in maniera avulsa, come se fossero un mondo a parte.
Il dovere verso i giovani di chi anagraficamente è sempre più lontano dalla giovinezza è anzitutto quello dell’autenticità. Che significa ascoltare senza blandire. Oppure ascoltare senza rinunciare a criticare. E, invece di far finta di avere risposte per loro, andare con loro (e con chi ci sta) a cercare le risposte.
Il primo dovere di una classe politica verso i giovani è quello di mettere davvero in campo misure socialmente giuste, ugualitarie (nelle opportunità) quasi in senso sovietico e di lasciar perdere qualsiasi morbosa attenzione. Morbosa in senso culturale e politico.

Una volta fatto ciò, si lasci in pace i giovani e che se la sbroglino da soli.

Roberto Serra, Sandweiler (L), 28.06.16

Pubblicato da: Roberto Serra | 21 giugno 2016

IL LIVORE NON PAGA

Caracollando tra i commenti della rete, vedo post e considerazioni di miei colleghi di Partito (PD) che continuano a inveire contro i M5S. Denigrazioni su denigrazioni. Veleno su veleno. Il tono è quello che conosciamo: i grillini sono inaffidabili; sono l’anti-politica (questa è davvero l’affermazione piu’ campata in aria di tutte, oltre che ad essere la piu’ auto-lesionista); sono anti-sistema; non sapranno governare e via discorrendo.
Sia detto be chiaro: queste prese di posizione sono tanto legittime quanto, “nel contesto dato”, anche comprensibili. Aggiungo che hanno anche qualche fondamento.
Ma questa specie di livore “a prescindere”, visto che in fin dei conti la Appendino e la Raggi non hanno nemmeno preso in mano la penna di Sindaco, mostra in filigrana che i miei colleghi di Partito – a mio modestissimo avviso – non hanno ben capito cosa è avvenuto. Cosa sta avvenendo e, soprattutto, cosa avverrà.
Ad esempio che la struttura del consenso politico in Italia si è ormai fatta tri-polare. Che piaccia o non piaccia. E che in questo tri-polarismo una parte del nostro elettorato (a torto, a ragione, bho, chissà…) è smottata li’.
Dovremmo avere imparato che il livore per il livore e lo spaccare il mondo tra “buoni” (noi) e “cattivi” (loro), non paga.
Sono dle tutto persuaso che l’ultima sprizzata di veleno contro la Raggi, ad urne chiuse, per la questione dle suo incarico non dichiarato al’ASL, gli abbia portato non pochi voti.
E riprendo una questione che, da democratico, mi sta a cuore: uniamoci tutti, nel PD, per ripensare l’Italicum che, oggi piu’ che mai, si configura come una legge che “storta” il consenso, favorendo opportunismi dell’ultima ora che rischiano di far ammalare ancora di piu’ la nostra democrazia.
Lo fa ben capire anche Fassino oggi su Repubblica.
Ascoltiamolo, prima che gli tocchi l’inevitabile e annunciato colpo di lanciafiamme.

Roberto Serra, Sandweiler (L), 21.06.16

Pubblicato da: Roberto Serra | 2 giugno 2016

RIFLESSIONI DA 2 GIUGNO…

Sono appena stato al ricevimento organizzato dall’Ambasciata italiana di Lussemburgo per ricordare e celebrare i 70 della nostra Repubblica.
Tornando a casa mi chiedevo cosa univa tutta quella gente. La maggior parte italiani. Ma non solo italiani.
Penso che il vero collante sia la Libertà. Che è come l’ossigeno: lo respiri senza rendertene conto.
Ma, credo, la libertà che sta a fondamento della nostra Repubblica, non è solo (per fortuna) la libertà di trovarsi a bere un bicchiere.
La nostra Libertà è la libertà di ognuno di esserci. Di avere il proprio posto e la propria voce.
Sia pur con non poche ombre, questa è la storia dei 70 anni della nostra Repubblica.
E 70 anni non sono pochi: ci dovrebbero anzitutto dire che la nostra Repubblica , e la sua Democrazia, sono ben più solide di quanto crediamo.
Ma alla nostra Repubblica bisogna darle fiducia senza continuamente e istericamente strattonarla spiegandogli cosa deve essere.
Il problema non sarà se vincono i SI o i NO al referendum costituzionale.
Il problema è pensare che, a seconda di chi vinca, la Repubblica e la sua democrazia muoiano.
Buona Festa cara Repubblicae buona Festa della Repubblica a tutte e tutti.

UNA VOCE DALL’ESTERO. AL REFERENDUM COSTITUZIONALE VOTERÒ NO.
E SPIEGO PERCHÉ (Con tre A.S.-Ante-Scriptum…)
A.S. 1
Questa nota è un po’ lunga. Me ne scuso, ma il ragionamento ha bisogno dei propri spazi. Potete leggerla a “puntate”.
A.S. 2
Parlo di Referendum Costituzionale augurandomi che i candidati PD e di centrosinistra vincano tanto e bene alle amministrative di giugno. Sembrano due cose che non c’entrano tra loro. Ma c’entrano.
A.S. 3
Nel PD mi riconosco nella sensibilità espressa da SinistraDem di cui in questo momento mi sfuggono posizione, strategia e chiarezza dei messaggi legati alla battaglia referendaria.

Magari ai miei tre lettori non sto svelando nessuna novità.
Ma, dopo averci ben pensato, ho deciso che a ottobre voterò NO al Referendum costituzionale.
Tuttavia, prima di entrare nella carne viva dell’argomento, sento la necessità di fare qualche premessa che oserei chiamare “filosofica”.
Prima premessa: il mio vuole essere un NO sereno e costruttivo.
Niente isterismi di nessun tipo, che tanto spesso caratterizzano (visti da qui) i dibattiti italici. Isterismi del SI e isterismi del NO (ve ne sono a iosa da entrambe le parti).
Seconda premessa: se, come penso, vinceranno i SI, non penso, non dico e non credo che in Italia si instaurerà una sorta di “dittatura velata”. Il nostro Paese è una democrazia, checché se ne dica, solida. E tale continuerà ad essere. Anche dopo la riforma MEB + Renzi. E se non passerà la riforma, continuerà ad esserlo – lo dico senza problemi e da piddino – senza Renzi stesso.
Semmai, il tema è QUALE democrazia e di che QUALITÀ. Tema, sia detto ben chiaro, tutt’altro che superficiale per il nostro Paese e per il passaggio storico che stiamo vivendo.
Terza premessa: la Riforma, se “spacchettata”, ha alcuni passaggi che io trovo condivisibili. Ad esempio la retromarcia sul potere alle Regioni dopo l’ubriacatura leghista a cui si è prestata, per un certo periodo, anche la sinistra italiana. Oppure l’accresciuto potere della Corte Costituzionale. Oppure ancora l’istituzione del referendum propositivo.
Quarta premessa: io non voterò PER qualcuno o CONTRO qualcuno. Il mio voto è esclusivamente legato al merito della Riforma che ci viene proposta e alle mie personali (e opinabilissime) valutazioni. Di “qualcuno” – Renzi compreso – in questa partita, per quel che mi riguarda, non non ne esistono.
Legata a questa quarta premessa devo però fare una considerazione: il primo che ha oggettivamente “inquinato” il confronto è stato Renzi stesso.
Continuo a pensare che legare le sorti del Governo al risultato referendario sia stata e sia una forma di “isterismo” (vedere sopra) di cui il Paese non ne aveva bisogno.
Un isterismo che distrae il confronto su “temi altri” da quelli delle riforme isituzionali.
Posso capire cosa intenda dire il Capo del Governo quando parla di sue dimissioni in caso di vittoria dei NO.
Ma avrebbe dovuto tenerlo per sé. E non dichiarare questa intenzione prima dell’esito del voto referendario. Pena l’inquinamento e il degrado – che è già sotto gli occhi di tutti – del confronto civile e democratico.
Sono ancora convinto che le istituzioni pubbliche debbano svolgere, tra le altre cose, anche una funzione pedagogica. Cosa a cui non abbiamo assistito in questo caso.
Premesse finite.
Veniamo al merito.

Da cittadino italiano verrò chiamato ad esprimere un parere su un pacchetto complessivo che riguarda la riforma di una parte della nostra Carta Costituzionale.
Non sono un costituzionalista. Ma visto che vengo chiamato ad esprimere un parere e un voto, come tutti un poco costituzionalusta lo divento anch’io.
Potrei lanciarmi in un elenco quasi tecnico degli aspetti che non ritengo né convincenti né utili per il nostro Paese.
Ad esempio – e lo dico da monocameralista convinto – il fatto che la riforma NON ci propone un vero monocameralismo, ma una sorta di bi-cameralismo che io giudico confuso.
Oppure, il fatto che il futuro Senato delle Regioni non sarà veramente delle Regioni intese come sovranità territoriali che concorrono, in questa loro specificità, al Governo del Paese. Per quel che conta il mio parere in questa materia, il parallelismo che ho visto fare tra futuro Senato delle Regioni e Bundesrat tedesco (la Germania è uno degli stati più federali d’Europa) è assolutamente improprio. I membri del Bundesrat votano secondo il mandato dato dal governo del Länder di provenienza. Cosa invece tutt’altro che chiara circa il ruolo dei futuri Senatori nella proposta di riforma. Dove non è nemmeno chiaro come verrano nominati.
E ancora, l’elezione del Presidente della Repubblica che potrà avvenire, a partire dal settimo scrutinio, con i tre quinti dei votanti. Sì, avete capito bene: dei “votanti”, non degli aventi diritto al voto.
Come dire: ad un certo punto siamo tutti stufi di trattative e ricerca di sintesi per l’elezione del Capo dello Stato; quindi voti chi ci sta.
In pratica si sta correndo “allegramente” il rischio che il momento smbolicamente più alto dell’Unità del Paese si trasformi nel momento di una divisione elitaria e di minoranza.
E infine l’ulteriore rafforzamento del potere esecutivo su quello legislativo laddove si prevede una sorta di “corsia preferenziale” per il Governo quando questi intenderà presentare alla Camera i propri provvedimenti e questa li dovrà approvare entro 70 giorni. Perché?

Ma non è un freddo – e certamente approssimativo – elenco di tecnicità costituzionali che, da improvvisato costituzionalista, mi spingono a votare NO.
Anche, ma non solo.

Il cuore del mio NO sta nel fatto che questa riforma non sta unendo il Paese. Anzi. Lo sta ulteriormente dividendo. In altre parole, il fine ultimo e più alto di una siffatta riforma – unire il Paese o la sua stragrande maggioranza attorno al disegno di una nuova identità istituzionale – non c’è. Non lo si vede. Non se ne il profumo nemmeno da lontano.
Il profumo che, invece, venne sentito dagli italiani con la promulgazione della nostra Costituzione nel 1947 – sia pur nelle divisioni, anche aspre, che ne caratterizzarono la fase istruttoria.
Il Paese, dopo le lacerazioni della guerra e del post-guerra, si ritrovò unito con l’approvazione e l’emanazione della nostra Costituzione.
E d’altronde, non è forse questo il senso profondo e forte di una qualsiasi carta costituzionale in quasiasi democrazia del mondo?
La riforma che ci viene proposta, oggettivamente, non nasce con questa caratteristica.
Il Parlamento l’avrà pure votata (e non poteva che esser così…). Ma essa appare e profuma fortissimamente di “governo” e di “esecutivo”. E cioè di qualcosa di parte che potrà, un giorno, essere ribaltata da una prossima, futura e diversa “parte” che si troverà a guidare il Paese.
In altre parole, la riforma che ci viene proposta, non ha alcun carattere di “sacralità” quanto, piuttosto, di legge ordinaria voluta da un governo ordinario (nel senso letterale, of course…).
Ebbene, io non voglio prestarmi a creare un pericoloso e dannoso precedente di questo tipo.
Non amo particolarmente i sondaggi. Ma sembra, ora, che il Paese sia come diviso in due circa il parere sulla Riforma. Lo dico qui ed ora: se i NO dovessero anche essere il 35-40%, significa che la Riforma è stata una sconfitta.

C’è un altro aspetto, non legato alla tecnicità costituzionale, che mi ha convinto per il NO.
E riguarda l’armamentario culturale (non politico, sottolineo culturale) a cui si è fatto e si fa ancora ricorso, per giustificare la scelta regina della Riforma stessa: e cioè la soppressione del bi-cameralismo perfetto.
Al fine di spiegare e giustificare questa scelta, non si è esitato a ricorrere alla peggiore superficialità che tanto caratterizza l’anti-politica: “diminuire le poltrone”, “i parlamentari che, finalmente, si renderanno conto di cosa significa lavorare”, “mandare a casa i fannulloni” e altre simili amenità concettuali.
Il tutto spesso condito con la forte accentuazione sui costi della politica.
Certo, siamo tutti d’accordo che i costi – anche queli della politica- vadano ridotti.
Ma non ci si avvicina al tema della riforma costituzionale utilizzando questo genere di argomenti. Non si tocca una cosa laicamente “sacra” come la nostra Costituzione usando parole e concetti che suonano dissacranti proprio verso ciò che si vuole riformare.
Il risultato è che oggi parte dell’opinione pubblica pensa – grazie anche a Renzi e al gruppo dirigente del PD – che il Senato non è mai servito a niente. Che i Senatori sono storicamente degli scalda-poltrone e che la Repubblica Italiana ha sempre funzionato male a causa del bi-cameralismo paritario e comunque male prima che arrivasse Renzi stesso.
Mezze bugie e demagogia sparsi a piene mani che falsificano la storia del nostro Paese. La storia della nostra Repubblica che, mi sia consentito, è stata anche una bella e grande storia.
Ed io dovrei votare SI avvallando questa ignobile e scadente operazione culturale? (non politica, sottolineo culturale).
Tralasciamo poi l’aspetto legato anche alla demagogia menzognera che viene utilizzata: infatti – se proprio vogliamo ridurre la questione a pura contabilità economica – con la diminuzione dei Senatori a 100 e senza indennità, il Senato (inteso come macchina istituzionale) ridurrà i propri costi di qualche punto percentuale.
I futuri senatori dovranno essere indennizzati per i loro spostamenti a Roma e l’apparato burocratico non verrà dismesso. Sempre soldi pubblici, sono.
Di questi costi, che rimarranno, non ne parla nessuno.

Un altro aspetto riguarda il tandem: nuova legge elettorale Italicum e futura assemblea legislativa.
Lo so che non siamo chiamati ad esprimerci sull’Italicum, già approvato.
Ma è un dato di fatto che la futura rappresentatività data da nuova legge elettorale più nuova Camera e Senato delle Regioni va a discapito della qualità del potere rappresentativo a vantaggio di quello esecutivo. Senza nemmeno sapere se quest’ultimo sarà di qualità.
Mi si dice: “Una vera democrazia è una democrazia che decide”.
Condivido. Ma stiamo attraversando una fase storica nella quale una consistente e crescente parte dell’opinione pubblica (non solo italiana) sente che è ininfluente recarsi nelle urne a votare.
Cosa facciamo di fronte a questo fenomeno? Scommettiamo sul rafforzamento del potere esecutivo, su di una legge elettorale che prevede capi-lista nominati, che assegna premi di maggioranza distorsivi dell’opinione politica popolare e con una assemblea legislativa che restringe, anche numericamente, la propria rappresentanza?
Io trovo tutto questo un voler scommettere sulla non-partecipazione al voto e alla vita politica e civile del Paese.
Come dire: lo studente è un po’ svogliato e demotivato ed io gli dico che, comunque sia, la classe e i compagni faranno a meno di lui.
E’ l’etica del consenso che vince su quella del senso (delle cose, della politica, della partecipazione).

Infine – lo metto alla fine non a caso – anche da italiano all’estero non posso, forse un po’ lobbisticamente, dirmi contento di questa riforma.
I parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero sono 18: come sappiamo (ma non tutti sanno), 12 deputati e 6 senatori.
18 parlamentari che tutti abbiamo sempre ritenuto già pochi rispetto al potenziale corpo elettorale presente all’estero. In altre parole, se si dovessero applicare alla Circoscrizione Estero i parametri di rappresentatività applicati in Italia, i parlamentari eletti all’estero dovrbbero essere oltre il doppio e anche più.
A fronte di questo fatto, la riforma, istituendo il Senato delle Regioni, sopprimerà i 6 senatori, riducendo ulteriormente gli “eletti dal popolo”.
Se a questo si aggiunge il fatto che, nell’Italicum, i voti dei connazionali all’estero non concorreranno alla formazione del premio di maggioranza, qualcuno potrebbe spiegarmi in cosa dovrei essere contento da italiano residente all’estero?

Io voterò NO. E chiederò di votare NO.
E lo faccio anche perché ho una grande fiducia nella forza democratica del nostro Paese.
Se dovessero vincere i NO, non ci saranno cataclismi democratici.
Renzi dice che si dimette. C’è da credergli.
Ma non sarà lui a decidere cosa fare un minuto dopo. Sarà, invece, il Presidente della Repubblica che, ragionevolmente e plausibilmente, gli ri-affiderà l’incarico per formare un governo sull’unica maggioranza oggi possibile. Quella attuale.
Il processo riformatore potrebbe ripartire sulla base di una maggiore condivisione interna al PD che, al di là dello “story-telling” che ci è stato consegnato, non si è voluta scientemente e pervicacemente ricercare. Andate a chiedere qualcosa al senatore Vannino Chiti che presentò una proposta che riduceva il numero di TUTTI i parlamentari (Camera e Senato), la fiducia al Governo data dalla sola Camera e altri aspetti molto più rispettosi dello spirito della attuale Carta Costituzionale.

Vi sono dei NO che aiutano a crescere.
Vi sono dei NO che sono in realtà dei SI a qualcosa d’altro che non è il “capriccio” immediato (mi si passi il termine) legato al qui ed ora, ma che aprono nuove strade e nuove possibilità.
Una vittoria dei SI, in un Paese (e in un PD) lacerato e non convinto della riforma, a chi o a cosa gioverebbe? Quale sarebbe l’eredità che viene lasciata?
Vi sono dei NO ugualmente importanti per il futuro come i SI.
Ci vuole spesso più coraggio a dire NO che SI.
In questo caso è anche un NO ad una cultura politica (quella dell’anti-politica e del dileggio della nostra storia repubblicana) che dovrebbe essere estranea ad un partito progressista come il PD.
Non basta un SI per cambiare e per cambiare in meglio.

Io dico #SerenamenteNO

Roberto Serra, Sandweiler (L), 23.05.16

Pubblicato da: Roberto Serra | 18 febbraio 2016

DISCUSSIONE SUL CIRINNA’: UN SENATO DISSENNATO.

Lo spaccato di Paese che si intravede assistendo al dibattito in Senato sul Decreto Cirinnà, è quello di un Paese malato, degradato, volgare e, per certi versi, persino primitivo.
Un Paese, lo dico da italiano all’estero, di cui vergognarmi.
Per fortuna il Paese non è solo questo. Ma, purtroppo, è anche questo.
La politica è “sangue e merda” anche in altri paesi europei. Ci mancherebbe.
Ma nulla di simile si potrebbe vedere nei parlamenti d’oltralpe.
E tutto questo per discutere un provvedimento che si configura come “minimo sindacale” in tema di diritti civili.
Cattolici integralisti e con poco amore per il prossimo (le cose vanno chiamate col loro nome) che fanno da lobby trasversale: ce ne sono ovviamente a destra, ma – udite! – anche a sinistra, nello stesso PD. L’unico partito della famiglia socialista europea che ha a che fare, al proprio interno, con un problema di questo tipo.
Puri di animo e sanfedisti alla rovescia che brucerebbero tutti gli avversari proprio perché si stanno battendo “solo” per un decreto da minimo sindacale. Dimenticando che, ad esempio nella storia del movimento operaio, le battaglie apri-pista di conquiste più grandi sono state fatte spesso per ottenere questo famoso minimo.
Trasformisti a 5 stelle in perfetta linea con il peggio della tradizione trasformistica italiana. Quella, per intenderci, inventata alla fine del XIX secolo da Depretis (sai che novita!). Dovevano aprire il Parlamento con l’apriscatole.
Ma le scatole, invece di aprirle, le stanno solo rompendo: al Paese, ai tanti che stanno aspettando in grazia questo decreto, alle famiglie e figli senza diritti, ai tanti che votarono quel movimento per un preciso diritto ad una politica più bella e più moderna.
E in questo guazzabuglio, i toni si alzano e i più (mi riferisco sempre a una parte dei Senatori della Repubblica) si trasformano in tanti Caifa con giacca e cravatta tignosi e arrabbiati.
Dimenticando che il cuore di cio’ che si sta discutendo è legato ad una magica parola: amore.
E ci tocca assistere a un confronto finalizzato a dare un diritto (legalizzato) all’amore condotto con i toni del disprezzo e dell’odio.
Povero Paese.

Roberto Serra, Sandweiler (L), 18.02.16

Pubblicato da: Roberto Serra | 17 febbraio 2016

PILLOLA DI OMAGGIO A GIORDANO BRUNO

Il 17 febbraio 1600, a Campo de’ Fiori a Roma, veniva arso vivo il frate domenicano, scrittore e filosofo Giordano Bruno. E, a suo modo, vero europeo ante litteram.
La Chiesa cattolica credette di ridurre in cenere il corpo e il pensiero del frate di Nola. Invece, le sue ceneri volarono nel tempo e nello spazio (le due dimensioni esistenziali su cui lui scrisse molto) giungendo sino a noi e toccando la testa e il cuore delle persone libere.
Imprigionato, più volte torturato dall’Inquisizione, non abiurò mai. Compreso il giorno in cui, dopo essere stato costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza di condanna a morte, pronunciò la famosa frase:
“Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla”.
Anche a lui dobbiamo essere grati se oggi possiamo frequentare quella “facoltà universitaria” accessibile a chiunque: la facoltà del libero pensiero.
#Pernondimenticare

Pubblicato da: Roberto Serra | 3 febbraio 2016

A RIMINI 25 ANNI FA…

Alle ore 18.59 del 3 febbraio 1991, e cioè esattamente venticinque anni fa, a Rimini moriva il Partito Comunista Italiano e nasceva il PDS (Partito Democratico della Sinistra).
Quel risultato arrivò dopo due anni di congresso permanente nel quale una comunità umana e politica si confrontò, a tutto campo e senza sconti, sia con se stessa che col mondo che stava velocemente cambiando. Dalla sezione più piccola alla federazione più grande fu una vera e propria lenzuolata di interventi, discussioni, confronti anche aspri. Persino lacrime.
Fu un vero, grande, immenso bagno democratico. Da giovane “esterno” al PCI e consigliere comunale del paese dove ero nato e risiedevo, partecipai a quei momenti di confronto. A Brescia e nella sua provincia. E, ovviamente, nella sezione del mio paese.
E, convintamente, feci la mia prima tessera di partito, il PDS, dopo che altrettanto convintamente non feci mai la tessera del partito che stava morendo, il PCI.
Nell’osservare le candeline accese di questo anniversario e pensando all’oggi, le domande e i pensieri sono tanti.
Rimango convinto che quel passaggio andava fatto. E che quel passaggio ha apportato molto non solo alla sinistra italiana, ma anche al Paese.
Infatti, non si cambiò, in quel modo tanto sofferto quanto coraggioso, solo per meglio adeguarsi all’esistente. Lo vidi con i miei occhi. E fu anche questo che mi convinse a prendere la tessera.
Si voleva mettere al servizio della società italiana il meglio del meglio, e cioè il nettare dell’operoso lavoro che il PCI fece durante i suoi settant’anni di storia (storia oggi troppo superficialmente e pavidamente rimossa). Lo si fece per costruire una nuova testimonianza.
Quel nettare era (era…) la voglia di “…cambiare davvero la vita...”, come dice Giorgio Gaber in quella sua bellissima canzone che cerca, con amara ironia, di identificare le ragioni del consenso ampio e popolare che ebbe il PCI per molti anni.
Cambiare davvero la vita...”. E cioè non accontentarsi di qualche aggiustamento “tecnico” da apportare alle insensate ingiustizie del mondo. Ma fare qualcosa di più. Non essere o chiamarsi più “comunisti” per dare ancor più vigore e forza all’essere o chiamarsi “DI SINISTRA”.
E dunque andare oltre un asettico pragmatismo riformista per cambiare, invece, dal profondo le ragioni della sofferenza sociale e personale. Per inventare una nuova felicità collettiva.
Oggi, a venticinque anni di distanza, non possiamo non chiederci a che punto siamo con questo “programma”.
L’erede di quel passaggio, il PD, sta davvero cambiando la vita a questo Paese e ai suoi cittadini? Sta (stiamo) offrendo davvero nuove speranze a chi ha meno, a chi soffre, a chi è meno fortunato, a chi ha meno possibilità ma uguali capacità? Stiamo davvero facendo girare in modo nuovo il sangue di questo Paese? Siamo tutti migliori? La sinistra è migliore? Domande. Non slogans. Abbiamo bisogno di farci domande oltre è più che essere ossessionati dalle risposte.

Roberto Serra, Sandweiler(L), 03.02.16

Pubblicato da: Roberto Serra | 25 gennaio 2016

“…E L’ITALIA GIOCAVA ALLE CARTE…”

Faccio una premessa doverosa: sono a favore delle unioni civili e della “stepchild adoption”. Anzi, il decreto Cirinnà è per me un (inevitabile) compromesso al ribasso. La question, per me, è di una disarmante semplicità: per coloro che intendono unirsi, a prescindere dai loro orientamenti sessuali, l’unica parola da usare – e giuridicamente da applicare – è “matrimonio”. Come per ttti gli altri. Già la definizione “unioni civili” mi disturba. Ma abbozzo. Punto. Finito con la premessa.
Vorrei anche aggiungere qualcosa su questa “febbre da dibattito sulle unioni civili” che oggi attraversa il mio Paese. E dunque il confronto politico.
Una febbre, appunto. Piazze piene. Talk-shows che non parlano d’altro. Il solito manicheismo italiano dei “guelfi e dei ghibellini”, per cui – nel dibattito – vige il principio del “o sei con me o sei contro di me”.
E rivedo, da questo piccolo osservatorio che è il Lussemburgo, un Paese che sempre si scuote e si agita in maniera smisurata su temi ideologici e culturali che hanno il vago sapore antico degli scontri tra la sezione di partito (avete capito quale partito…) e il locale oratorio parrocchiale.
Tra questi, oltre al tema delle unioni civili, possiamo aggiungere anche quello del trattamento dei dipendenti pubblici, ritornato in vita come un fiume carsico grazie alle recenti dichiarazioni del Ministro Madia sul licenziamento dei dirigenti che non licenziano.
Poi, la stessa opinione pubblica o gran parte di essa, la vedi sfogliare pigramente il giornale al bar – quelli che lo leggono ancora – leggendo distrattamente, tra un caffé e un oliva dell’aperitivo, che con i soldi dell’evasione fiscale si potrebbero quasi sistemare le finanze pubbliche. Tutti in piazza per dire un grande, sonoro e definitivo NO a questo schifo sociale e culturale? Manco per idea.
Stessa apatia o quasi di fronte ad altre notizie non meno impattanti sulla vita di tutti i giorni: ad esempio il governo, tra una slide e un’altra, sta stringendo (e di brutto) le borse della sanità pubblica, in particolare sul versante della profilassi, con il taglio di oltre 200 prestazioni diagnostiche. I convegni medici di mezzo mondo ci spiegano che la miglior cura e il miglio modo di salvare vite umane è una capillare e attenta prevenzione. Ma il governo italiano taglia. Manifestazioni di piazza? Manco per idea. Non si raccoglierebbero persone sufficienti a riempire Piazza Trilussa.
Siamo fatti così noi italiani: ci piacciono gli scontri rusticani su fatti di costume o di “parrocchia”. E cioè su quei fatti certamente importanti nella vita di una collettività, ma debitamente lontani dalla carne viva del vivere quotidiano.
Fisco, tasse, sanità, scuola (intesa come qualità della scuola e dell’insegnamento), non agitano le masse dei miei connazionali.
Mamma, famiglia e dipendenti pubblici, sì.
Viene in mente il ritornello di quella canzone di Gaber che parla della silenziosa presa del potere nel nostro Paese, mentre “…l’Italia giocava alle carte, e parlava di calcio nei bar...”.

Roberto Serra, Sandweiler (L), 25.01.16

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